Anche noi di Blublog abbiamo letto dello spiaggiamento dei capodogli avvenuto la settimana scorsa presso Varano (FG), dove in un tratto di costa di 3 chilometri, ben 7 esemplari di capodoglio di circa 10 metri di lunghezza e dal peso superiore alle 10 tonnellate, si sono arenati.
Sull’argomento è già stato scritto parecchio, ma vista l’eccezionalità dell’evento riteniamo valga la pena soffermarsi.
foto tratta dalla Rete. (www.centrostudinatura.it)
Lo spiaggiamento, singolo o in massa, di cetacei è un fenomeno ormai conosciuto da molto tempo e per l’Adriatico non si tratta neppure del primo evento, infatti durante l’estate di tre anni fa, dieci delfini vennero rinvenuti morti sulle spiagge adriatiche comprese tra il litorale del Veneto e le coste delle Marche. Tuttavia questo di Varano è il primo caso in Mediterraneo in cui sono coinvolti massicciamente i capodogli, una specie la cui presenza nei nostri mari è per altro ben documentata.
foto tratta dalla Rete. (www.centrostudinatura.it)
Per quanto riguarda i motivi dello spiaggiamento, non ci sono al momento risposte certe, forse qualche informazione più dettagliata sarà disponibile dopo le analisi condotte sulle carcasse.
Le cause che determinano gli spiaggiamenti di animali vivi sono al centro di un dibattito aperto che dura ininterrottamente da molti decenni. Le teorie, fino qui avanzate sono varie e seppure con una ragionevole prudenza, gli esperti sostengono che tali eventi possono essere provocati, di volta in volta, da cause diverse, singole o combinate.
Cause individuali, patologie o situazioni di difficoltà individuale, possono indurre un animale a portarsi in prossimità della costa alla ricerca di un bassofondo sul quale appoggiarsi per poter respirare senza eccessivo sforzo e se l’animale appartiene a una specie dal comportamento sociale può succedere che gli individui del branco lo seguano fino a terra.
Anche le cause ambientali, quali ad esempio anomalie del campo geomagnetico, al quale sembra che i cetacei siano sensibili, possono provocare fenomeni di spiaggiamento.
C’è poi la possibilità che le morie siano causate da eventi naturali, come un’infezione virale o un errore di rotta, piuttosto che da cause antropiche come l’avvelenamento provocato dai prodotti chimici (ad esempio i TBT, composti molto tossici, usati per impedire agli organismi marini di attaccarsi alle chiglie delle imbarcazioni) o il disorientamento causato dai sonar dei sottomarini militari.
Infine animali singoli, già morti al largo, possono arrivare a terra, perché spinti dalle correnti.
foto tratta dalla Rete. (www.centrostudinatura.it)
Andando oltre alle ipotesi, rimane la tristezza nel vedere questi grandi animali agonizzare su una spiaggia, dinnanzi ad una folla di persone impotenti o incapaci di tentare qualsiasi intervento degno di nota.
Il protocollo internazionale per questi casi, prevede che ogni animale sia imbracato completamente e poi trascinato verso il largo, lentamente, mentre è tenuto leggermente sollevato, per evitare lo schiacciamento dei polmoni e degli altri organi interni causato dal loro stesso peso.
Per attuare questa procedura ci vorrebbero però mezzi meccanici enormi che comunque non riuscirebbero ad operare agevolmente sulle spiagge.
In Italia sembra non esista nulla di simile, ma non c’è neppure da stupirsi troppo per la nostra completa impreparazione ad affrontare una simile emergenza visto che si tratta di un fenomeno, per noi, assolutamente inusuale.
Ci rimane, magra consolazione, lo studio delle carcasse per cercare di migliorare le nostre conoscenze riguardanti la biologia, l’ecologia, le patologie delle specie mediterranee e il livello di contaminazione di questi grandi animali, nonché la speranza che l’esperienza passata ci insegni come affrontare eventuali emergenze future.
foto tratta dalla Rete. (www.centrostudinatura.it)





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